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Osservatorio 3 - Quale mercato per il futuro?

08 settembre 2014
Come già analizzato nelle precedenti settimane (approfondisci qui) le aziende che abbiamo intervistato dimostrano una forte propensione all’export. Il 95% delle aziende dichiara di esportare i propri prodotti almeno in un mercato estero, con una media del 69% della produzione totale annua.  Il mercato preferito è quello europeo (49%), mentre tra quelli extra Ue emerge il mercato asiatico (16%) e quello statunitense (14%)

La nostra ricerca conferma, seppur in piccolo, un trend analizzato anche in altri studi (leggi qui i dati 2013 elaborati da Assoenologi),  che riguarda tutte le aziende vinicole italiane di piccole, medie e grandi dimensioni. Il maggior interesse dimostrato dai produttori italiani alle esportazioni è il risultato di una serie di variabili legate alla diminuzione del consumo di vino in Italia (40 litri pro capite*), all’impatto della crisi nel nostro Paese, alla crescita delle esportazioni (+ 7,3%*) e all’espansione di nuovi mercati esteri.

Concentrandoci sull’eurozona scopriamo che la Francia è il mercato più rilevante per il 15% degli intervistati, seguito da Germania e Belgio (14%), mentre negli altri mercati l’esportazione è più limitata e frammentata. Fuori dall’eurozona il mercato più diffuso è quello svizzero (15%), seguito dal Regno Unito (10%). Il consolidamento dell’export in questi mercati risponde, secondo la nostra analisi, a esigenze legate alla dimensione aziendale, spesso a carattere famigliare, ai bassi volumi di produzione e alle esigue risorse economiche che sfavorirebbero l’apertura a nuovi mercati esteri.

 

A tal proposito sembra interessante citare il dato emerso dalla ricerca dell’Osservatorio B2B presentato durante Vinitaly,  per aprire qualche riflessione sui mercati del futuro.Secondo questo studio le aziende con fatturati inferiori alle 100 mila euro sarebbero più propense a sviluppare la vendite su mercati meno complessi e più maturi, come quello europeo e statunitense, rispetto ai mercati in espansione dall’area asiatica. L’area centrale, la costa ovest e la costa est degli Usa occupano i primi tre posti di questa classifica, seguiti da Russia, Germania e Regno Unito.

In particolare questo studio dimostra come le aziende di piccole dimensioni ritengano difficile il mercato cinese, per la mancanza di referenti sul territorio.  Una visione comprensibile ma miope, che non tiene conto delle proiezioni sui consumi futuri del mercato cinese e della recente revoca della procedura antidumping sui vini dell’Ue (leggi qui),che riporta il mercato cinese a essere l’Eldorado di sempre. Rimane aperta la questione se sia un business riservato solo alle grandi aziende vinicole italiane o se, attraverso canali preferenziali, anche le piccole e medie aziende possano ricavarsi un posto al sole.

I dati rilevati in questi anni, d’altra parte, fotografano un mercato dove anche le realtà meno strutturate possono trovarvi spazio, se incanalate in progetti commerciali trainati dall’appeal del made in Italy. Le stime parlano chiaro: i consumatori cinesi di vino sono in crescita, in un range tra i 60 e i 130 milioni di persone. Numeri troppo importanti per non pensare di aprirsi anche a quel mercato.

Continua a leggere l'Osservatorio: "Il Vino 2.0, democratico ma esigente" la quarta uscita

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